14 febbraio 2008

Il computer Amedeus - Squallor




(di Pace, Bigazzi, Savio, Monti)
Sono Amedeus, il primo computer nato nel sud dell'Italia.
Da un acchioppamento di capitali venuti dall'est, nel triangolo Avellino Caserta
Transimante Follonia mi hanno costruito quindici ingegneri.
Sono Amedeus, già l'ho detto.
Sono Amedeus, il più grande computer nato negli ultimi ventitré anni.
Sono Amedeus. Sono Amedeus Chiavante, uno dei primi computer che inserisce.
Ho due software, uno che fa i bucchini, e un altro che lo piglia in culo,
nuovi giochi elettronici che servono a insegnare ai nostri figli come chiavare.
La stitichezza per me non esiste, io sono un essere perfetto:
otto minuti e godo. Quindici cacao. Tre secondi, sbovo.
Da dove verrà questa materia cerebrale che mi è stata inserita in un software?
Questa per me rimarrà il più grande mistero vivente.
Sono stato programmato per vivere con voi, esseri umani, e convivo con voi.
Io non piglio l'Aids, ma me cac'o cazz', perché sono sempre qui, e vi spio e vi guardo:
sono il primo computer pentito.
Sono Amedeus. Sono Amedeus, la mia macchina è vitale, ma un cazzo in culo non
mi farebbe male.
Sono Amedeus, e l'amore scocca, Tocca l'Albicocca.
Risono sempre io, Amedeus, la base non spunisce e sono stato l'inventore della
compilation.
Sono Amedeus, Amedeus Wolfangen La Poppa La Pizza La Tocca La Piglia e La
Blocca,
Tocca l'Albicocca. Tocca l'Albicocca.
Tocca l'Albicocca e sarai felice. Tocca l'Albicocca.
Sono Amedeus, Amedeus Tocca l'Albicocca.
Lo potete trovare in tutte le edicole a quarantamila lire settimanali,
Amedeus Tocca l'Albicocca a dispense.
Amedeus, un target per voi e per i vostri fanciulli.
Buonasera
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CRONACA
Roma, affitto negato ai disabili
A Roma, 7 responsabili di altrettante agenzie immobiliari su 10 hanno discriminato Mimmo, Mary, Totò e Graziella (VIDEO -
PRIMA PARTE - SECONDA PARTE)
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LEGGEREZZA DEL GIORNO
Il dottore si era innamorato di una delle sue pazienti. Poco male, il fatto e' che era un veterinario.
> Makaresco-Trani
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DIARIO PERSONALE
... e quindi gli operai mi hanno gentilmente aperto un pertugio nel soffitto del mio gabinetto...

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4 Comments:

Anonymous bilo said...

"Curnutone ca pe' sta via mo' te' ne vai..." (sempre degli squallor)frase dedicata a quell'invalido mentale del mio amministratore di condominio. Un ridicolo scherzo della natura, tanto brutto quanto cretino, saccente e buffone. Una lucertola spavalda nella sua mediocrità, un piccolo uomo che meriterebbe bastonate sulle gengive. Infingardo ladro bugiardo e ipocrita, ma la ruota gira, povero stupido e quanto prima beccherà anche te.

Buon san valentino a chi ci crede e se no buon amore a tutti sempre, in tutti i giorni.

Adieu l'ami

14 febbraio, 2008 15:21  
Anonymous bilo said...

www.totosavio.it

Squallor: il cui nucleo base consiste del toscano Giancarlo Bigazzi, del napoletano Totò Savio, del milanese Daniele Pace e del "mulatto" foggiano [napoletano ndr] Alfredo Cerruti

14 febbraio, 2008 15:27  
Anonymous bilo said...

Il gruppo scandalo Il mito Squallor: dal messaggio al cazzeggio, storia di una band di culto Un gruppo di fan si è impegnato a riproporre in un documentario di la storia della dissacrante band che furoreggiò tra gli anni '70 e '80

Formazione storica: Totò Savio, Alfredo Cerruti, Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace.

NAPOLI - «Era il 38 luglio, e faceva molto caldo. Era scoppiata l'afa». Correva l'anno 1973, «il capo indiano che si chiamava: Mo' vengo anch'io non venne mai», e questi versi immortali segnarono per i ventenni (maschi) di allora il passaggio dal pubblico al privato, dall'impegno allo sbraco, dal messaggio al cazzeggio. Preparato dal gusto per il demenziale radiofonico coltivato in maniera sublime da Arbore, Boncompagni, Marenco e Bracardi con i loro Scarpantibus e Catenacci e Sgarrambona, il verbo degli Squallor (che oggi un gruppo di fan si è impegnato a riproporre in un documentario di imminente realizzazione da un'idea di Carla Rinaldi) era pronto per conquistare il mondo (o almeno l'Italia) e lo fece con i gran pezzi di Troia (Troia era il titolo del loro album d'esordio, ma il cavalluccio di legno che brucia in copertina non tragga in inganno: non è di quella Troia lì che parlavano i quattro moschettieri del doppio senso).
Un disco composto da 13 brani di cui forse solo il citato 38 luglio era all'epoca trasmettibile via radio senza che qualche benpensante gridasse al pudore oltraggiato. Perché qui sta il succo del travolgente successo del gruppo (ricordiamolo: tutto composto da navigati volponi della discografia, che sapevano dunque titillare il pubblico giovanile, ma anche arrangiare a meraviglia testi che da uomini del mestiere avrebbero cestinato all'istante) che nell'arco di un ventennio sfornò una quindicina di album ciascuno a suo modo memorabile, e fregiati da titoli che non lasciavano dubbi sulla strada intrapresa tipo Palle, Pompa, Vacca, Cappelle, Tromba, Mutando, Scoraggiando e via rumoreggiando: osceni calembour, coprolalia gratuita, rime irriferibili, scatologia a gogò e tutto il repertorio del politicamente scorretto in materia di sesso-razza-società, che toccheranno il culmine del trash con Arrapaho, prontamente diventato anche un cult-movie come il successivo Uccelli d'Italia.

La copertina dell'album «Cappelle»
Intanto i più giovani tra i post-sessantottini sono diventati prima indiani metropolitani e poi sono entrati nel tunnel depressivo degli anni di piombo; così le avventure erotiche del grande capo Mazza Nera, della squaw Scella Pezzata e degli altri personaggi che popolavano la strana tribù parte-nopea e parte-pellerossa di quel celeberrimo film e 33 sembravano proprio il più efficace antidoto contro il magone da riflusso: grazie alla goliardia impunita dei quattro ormai vecchi marpioni, e all'uso di un italiano stentoreo ibridato con un ruffiano accento napoletano che rendeva accettabili porcherie lessicali altrimenti improponibili.
E qui il merito va tutto o quasi alla «voce narrante» del gruppo, Alfredo Cerruti (con Giancarlo Bigazzi l'unico ancora in attività della formazione, completata dagli scomparsi Daniele Pace e Totò Savio, cui si devono tutti gli arrangiamenti): un «fine» dicitore dai toni tronituanti o all'occorrenza queruli, lievemente nasali e sempre suadenti (era sua la voce fuori campo dell'arboriana «Volante 1 a Volante 2», come è sua quella dello spot Wind con Frassica), un'impossibile via di mezzo tra il dandy annoiato e il camionista arrapato che poteva declamare battutacce come «Tu m'hai scassat' 'a penna», o «the wonderful pippa» fino a tracimare in stralunate cronache a due voci dove la musica è solo il tappeto di dialoghi nonsensici. Fino alla voce di nuovo da «prossimamente» con cui, in quello che si può considerare il loro testamento spirituale anticipato («Tocca l'albicocca», '85) si profetizza: «E i quattro proseguirono per la loro strada, imperterriti, senza ormai più le scarpe, grondi di sudori, sangue a catapetere, tutto avanti senza forza, sopra come una nave, i quattro possono continuare senza vergogna fino alla fine».

04 gennaio 2008

14 febbraio, 2008 15:50  
Blogger jim said...

grazie per le info.
Grazie all'accento napoletano questa canzone sembra meno volgare di come sembra riportandola per iscritto

14 febbraio, 2008 16:44  

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